Loneliness

 

Dal baby blues…

Dopo nove mesi finalmente il gran giorno è arrivato, il bimbo è nato e tutti sono felici. Ma spesso la neomamma prova una lieve malinconia. Niente di strano: è il cosiddetto baby blues o, per meglio dire, maternity blues. Mal comune mezzo gaudio? “Macchè – afferma la dott.ssa Ivana Bellinghieri, psicologa dell’infanzia – Il baby blues coinvolge sino all’85% delle neo-mamme. Un dato significativo che, tuttavia, non rende il disagio meno preoccupante per chi lo vive. Al contrario: disorientata dalle novità subentrate nella propria vita, spesso la neo mamma è ancora più preoccupata dalla sensazione di instabilità che sperimenta”.

Ma di cosa si tratta esattamente? “Di uno stato emotivo particolare – spiega Bellinghieri – in cui scoppi improvvisi di pianto, irritabilità e una strana sensazione di svuotamento si alternano a momenti di ‘normalità’. A monte è la tempesta ormonale che infuria dopo il parto: gli estrogeni e il progesterone che hanno dato benessere in gravidanza regrediscono (raggiungendo livelli anche inferiori a quelli precedenti il concepimento), mentre aumentano gli ormoni che favoriscono la montata lattea, provocando non pochi turbamenti emotivi. Se a questo si unisce la spossatezza del parto, il fastidio dovuto all’episiotomia o a un cesareo, qualche difficoltà iniziale nell’allattamento, è naturale che nei primi giorni del puerperio la mamma entri in crisi. Senza contare che l’arrivo del bebè richiede un improvviso cambiamento dei propri ritmi di vita”. Ma basta avere pazienza, dare a se stesse e al proprio organismo il tempo di ritrovare l’equilibrio e il disturbo svanisce da solo nell’arco di un paio di settimane, senza lasciare alcuna conseguenza, né per la mamma né per il bambino”.

Una risorsa importante per la neo-mamma “è sicuramente il partner. Il ruolo del neo-papà infatti, nelle prime settimane dopo il parto è determinante perché la mamma possa fronteggiare il disagio”.

… alla depressione post-partum

Se la malinconia arriva o si ripresenta dopo il secondo o terzo mese può trattarsi dell’inizio di una depressione post-partum, una vera e propria malattia che colpisce il 10 per cento delle neomamme. All’inizio i sintomi sono simili a quelli del baby-blues, ma ben presto diventano più intensi e si sommano ad altri. “Forti disturbi del sonno – racconta la dott.ssa Bellinghieri – difficoltà a organizzarsi (anche nel pensiero), sentimenti di colpa, disistima o senso di inadeguatezza rispetto al proprio ruolo di mamma, disturbi alimentari, stanchezza cronica, apatia e assenza del desiderio sessuale, preoccupazione ossessiva per la salute del piccolo o, al contrario, totale disinteresse nei suoi confronti”.

‘Presa’ al suo esordio, la depressione post partum può essere risolta con semplicità. “Oltre ai sintomi, anche i tempi del disturbo sono rivelatori. Se la malinconia arriva o si ripresenta dopo il secondo o terzo mese può trattarsi dell’inizio di una depressione vera”. A differenza della tristezza, che passa da sola, la depressione, se non viene affrontata nel modo giusto, non guarisce. “Semmai tende a peggiorare – racconta ancora la Bellinghieri – Per questa ragione è importante trovare il coraggio di parlare subito delle proprie emozioni negative; l’intervento precoce permette infatti di prevenire o minimizzare gli effetti della depressione sulla madre e anche sul rapporto madre-bambino. È fondamentale che la neo-mamma si convinca di non dover soddisfare, da sola, le esigenze del bambino e, soprattutto, che non si vergogni di dichiarare il suo malessere e chiedere aiuto. Delegare a persone di fiducia le piccole mansioni quotidiane non è un segno di inadeguatezza, ma un trucco per recuperare tempo ed energia, che possono essere investiti nella relazione con il bambino”.

 Coinvolge anche i papà

Secondo uno studio inglese pubblicato di recente sugli Archives of Pediatrics & Adolescent Medicine, anche i neopapà potrebbero essere colpiti da una forma di depressione post partum. Si tratterebbe di un maggior rischio per gli uomini di andare incontro a varie forme depressive, più o meno lievi, dalla nascita del bebè fino ai 12 anni del bimbo. Ad aumentare il rischio di pensieri negativi sembrano essere soprattutto la carenza di sonno, l’eccessiva stanchezza, i cambiamenti nella vita di coppia e il senso di responsabilità legato al nuovo ruolo di padre

 

 

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