Il Professor Valeo: «Aiuta a scaricare  in parte l’articolazione malata, si applica  e rimuove con facilità. Ma necessita  ancora di approfondimento»

Un dolore all’altezza del ginocchio. E salire le scale o fare una passeggiata non è più un’operazione piacevole ma un’impresa faticosa. L’artrosi al ginocchio comincia così. Un fastidio che può diventare una vera e propria invalidità. Per saperne di più abbiamo fatto qualche domanda al Professor Massimo Valeo, docente presso l’Università di Roma La Sapienza, in servizio presso la Clinica Ortopedica e Traumatolo­gica da oltre 20 anni. L’esperto, che ha sempre svol­to una intensa attività chirurgica e di ricerca mirate soprattutto alle patologie del ginocchio, si è dedicato anche a numerosi studi sul trattamento dell’artrosi al fine di migliorare la qualità della vita dei pazienti che non potessero sottoporsi ad intervento chirurgico.

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Il Professor Massimo Valeo

Professor Valeo può spiegare ai lettori di Up Magazine cos’è l’artrosi al ginocchio e quali possono essere le cause?

M.V: «L’artrosi è una malattia cronica degenerativa che colpisce tutte le articolazioni, soprattutto quel­le sottoposte al carico, come le ginocchia. È dovuta all’usura ed all’invecchiamento di quella struttura, chiamata cartilagine, che riveste le superfici ossee all’interno delle articolazioni. È intuibile che traumi o microtraumi ripetuti, come nelle attività sportive o lavorative pesanti, o come nell’obesità, favoriscano il processo artrosico».

Quali i sintomi ?

M.V: «Il sintomo più importante è il dolore, con con­seguente rigidità articolare che comporta una limita­zione nell’utilizzo della articolazione colpita. Spesso i pazienti non riescono ad allacciarsi le scarpe. È fon­damentale trattare il sintomo, in quanto il dolore cro­nico porta sia ad una forte limitazione delle normali attività quotidiane, sia a depressione, a volte molto grave».

L’artrosi ha un costo sociale?

M.V: «L’artrosi rappresenta una delle problematiche cliniche più rilevanti della società moderna. L’au­mento della vita media e della attività delle persone, porta ad un aumento esponenziale della patologia artrosica. Alcuni studi hanno dimostrato una spesa di circa 1.000 euro l’anno pro capite, a cui vanno som­mati i giorni lavorativi persi per malattia. Ne conse­gue un costo sociale enorme, per cui è fondamentale svolgere attività di prevenzione».

Come si cura? Quando bastano i trattamenti medici e quando è necessaria la chirurgia?

valeo_02M.V: «Le cure possono essere molteplici: si va dalla fisioterapia, ai trattamenti sintomatici con antidolorifici ed antinfiammatori, agli integratori, ai trat­tamenti infiltrativi con acido ialuronico o con il gel piastrinico. Quando tutte queste terapie falliscono si può intervenire chirurgicamente, ove è possibile, o con trapianti di cartilagine per via artroscopica o con la sostituzione protesica».

Ci sono novità in ambito chirurgico legate a questa pato­logia tipo il kineSpring?

M.V: «Le novità riguardano i nuovi materiali con cui si fanno i sostituti cartilaginei da impiantare, o le nuove protesi che possono avere componenti e dise­gni diversi. Il kinespring è una tecnica molto recente, che aiuta a scaricare in parte l’articolazione malata, si applica con semplicità e si può rimuovere in caso di ulteriori trattamenti chirurgici. Non ci sono però studi a lungo termine su questa metodica, per cui ne­cessita ancora di approfondimento».

Dopo un intervento quanto passa prima di riprendere le normali funzioni?

M.V: «Dipende dal tipo di intervento e dalla forza di volontà del paziente nella riabilitazione. Può andare dai 3 giorni in caso di trattamento artroscopico ai 15 se parliamo di sostituzione protesica o trattamento con KineSpring. Per protrarsi fino ai 30 in caso di tra­pianto di cartilagine».

In questi anni di onorata carriera avrà visitato e curato centinaia di pazienti … c’è stato mai qualche episodio particolare?

M.V: «Ogni paziente rappresenta un caso a sé. Ci sono state persone che non accettavano nessun tipo di cura, altre che volevano continuare a fare sport e al­tre che non volevano dimagrire, ma non per questo si deve rifiutare di aiutarle, rispettando le loro volontà. Una volta operai un uomo di 40 anni con un trapianto di cartilagine. Finiti i controlli non lo rividi più. Dopo 3 anni circa mentre facevo una maratona di 5 km, mi sentii chiamare. Era lui che mentre mi superava sor­ridendo mi disse: “Se lo faccia anche lei un trapianto, mi sa che ne ha bisogno….e grazie ancora”. Mi dovetti fermare perché scoppiai a ridere».

Quanto è importante il rapporto umano fra medico e pa­ziente?

M.V: «È fondamentale. Esiste un bellissimo studio che ha dimostrato che i malati artrosici presentano uno stato depressivo più o meno grave, per cui aiutarli dal punto di vista sintomatico subito, e successivamente cercare di risolvere il problema, è fondamentale per ridargli una qualità di vita soddisfacente. Quello che conta è vivere bene oggi».

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