cucinano e si lavano con qualche difficoltà e avrebbero bisogno di aiuto per non confondersi con i farmaci, per andare in banca, pagare le bollette o fare la spesa. Gli anziani autonomi o con qualche lieve disabilità sono la maggioranza, un esercito di circa 10 milioni di persone che non hanno bisogno di un’assistenza sanitaria specifica ma sono comunque abbastanza fragili da non riuscire a farcela da soli e pur non vivendo in condizioni di estremo disagio non possono permettersi un aiuto e tanto meno la retta di una casa di cura. Quasi sempre “padroni di casa” sono però “prigionieri” in casa perché proprietari di appartamenti vecchi e privi di ascensori in cui vivono da soli nel 30% dei casi, spesso in ampi spazi. E se il welfare pubblico fa sempre più fatica a erogare servizi i nuovi modelli di assistenza, già sperimentati con successo in varie regioni italiane, potrebbero essere la soluzione anticrisi soprattutto per chi è ancora in larga parte autosufficiente. Badanti di condominio in grado di assistere con costi ridotti due o più anziani che abitano nello stesso stabile, cohousing per  condividere abitazioni diventate troppo grandi e costose per una persona sola, portieri sociali, case comuni e care manager sono alcune delle proposte discusse dagli esperti in occasione del Congresso Nazionale della Società Italiana di Gerontologia e Geriatria (SIGG). “Nel nostro Paese oggi sono circa 6 milioni gli anziani autonomi, circa 4 milioni gli over 65 con lievi difficoltà e quasi 3 milioni e mezzo i malati cronici non autosufficienti. Di questi appena il 2% è ricoverato in strutture sanitarie e il 5% è seguito con cure domiciliari – spiega Nicola Ferrara, presidente SIGG – L’aumento dell’aspettativa di vita e la contrazione delle disponibilità economiche del  SSN hanno reso necessario non solo ridurre al minimo il numero e la durata dei ricoveri ospedalieri, e dei servizi socio-sanitari a partire dalle RSA, già poco diffuse nel nostro Paese, ma anche sperimentare strumenti innovativi che si inseriscono all’interno di un microwelfare ‘fai da te’, volto a promuovere l’invecchiamento fra le mura domestiche – puntualizza Ferrara -. Tuttora si stima almeno un 20% di degenze improprie che nella maggioranza dei casi derivano dall’incapacità di rispondere a bisogni di anziani rimasti soli che non riescono a compiere piccole azioni della quotidianità ma non possono permettersi un aiuto neanche saltuario”. Il presidente SIGG ha poi riportato dati su cui riflettere, secondo i quali, l’80 per cento degli anziani, circa dieci milioni, ha una casa di proprietà e nel 35% dei casi ci vive da solo: si tratta di appartamenti che nel 65% dei casi hanno più di quattro stanze, in maggioranza vecchie anche se in buone condizioni ma nel 76% dei casi prive di ascensore, un problema che può incidere pesantemente  sulla qualità di vita e sui bisogni dell’anziano. “Uno stato sociale che scricchiola, le esigenze socio-assistenziali degli anziani autonomi o con lievi difficoltà da una parte e le loro condizioni abitative dall’altra, ci hanno portato a interrogarci su come migliorare l’assistenza elaborando un’idea di vecchiaia in cui la casa e il condominio possono rappresentare un luogo privilegiato dove misurare soluzioni per un invecchiamento attivo” osserva Roberto Bernabei, Presidente Italia Longeva. Per raggiungere questo obiettivo in varie regioni sono stati già sperimentati modelli assistenziali ‘leggeri’ come ad esempio la badante di condominio, il cohousing, o il portiere sociale, interventi pubblici di edilizia sociale con esperienze come le case comuni o anche il coinvolgimento strutturale del terzo settore negli interventi di assistenza con nuove figure come il care manager. La badante di condominio si suddivide le ore di lavoro tra più famiglie di uno stesso stabile e ogni famiglia paga le ore della badante in quote. E’ un progetto partito con successo dall’Emilia Romagna che si sta diffondendo in Lombardia, Friuli Venezia Giulia, Piemonte, Puglia e Basilicata, che permette all’anziano di utilizzare la badante per il tempo necessario e consente all’assistente familiare di ottimizzare il proprio lavoro senza perdere tempo in spostamenti da una parte all’altra della città, svolgendo le stesse mansioni per più persone contemporaneamente come fare la spesa, pagare le bollette o andare in banca. Altro aspetto positivo è la reperibilità costante durante tutta la giornata e la socializzazione dei condomini che spesso vivono da anni a pochi metri di distanza  senza conoscersi. Lo stesso principio viene applicato nel progetto “Pronto badante” in corso di sperimentazione da 6 mesi in Toscana, grazie al quale attraverso un numero verde interviene entro 48 ore presso l’abitazione dell’anziano, un “tutore” quando si manifestano per la prima volta situazioni di disagio o di fragilità. Il “care manager” oltre a informare e orientare la famiglia sui servizi territoriali e sugli adempimenti amministrativi necessari ad esempio su come e dove trovare specifici ausili, o cosa  fare per ottenere un servizio, può erogare un buono lavoro di 300 euro per un contratto di assistenza familiare. Obiettivo del progetto è quello di garantire la copertura di momenti delicati come ad esempio il rientro a casa dopo le dimissioni dall’ospedale, per provvedere alle prime necessità dell’anziano.

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